Maltrattamento e abuso dei bambini in famiglia in una prospettiva sistemica
Dott.ssa Erica Volpi - Ottobre 2007.
Ci sono contesti dove fare terapia sembra impossibile. Davanti ad un bambino abusato, maltrattato o trascurato dalla propria famiglia è senz’altro forte la tentazione di definire la situazione come insalvabile e pensare principalmente ad un intervento che si limiti alla semplice protezione del minore senza tentare di “recuperare” la funzione genitoriale così gravemente compromessa. In realtà un intervento centrato solo su questo aspetto si rivela nella maggior parte dei casi un intervento perdente.
L’invio coatto, e di conseguenza la terapia, rappresenta in questo senso un’invenzione clinica che possa permettere all’operatore di prendere in carico un paziente non motivato, disponendo di un certo tempo per cercare di suscitare in lui una motivazione al cambiamento (Cirillo, 2005).
Già a partire da questa breve introduzione, sembra evidente quanto ci si trovi lontani da un contesto spontaneo di richiesta di un intervento da parte della famiglia e di come vengano a cadere molte delle premesse ritenute indispensabili per intraprendere un processo terapeutico. Certo, quando una famiglia richiede spontaneamente una terapia, raramente sa cosa esattamente dovrà essere modificato, come avverrà il cambiamento ed è in dubbio sulla possibilità stessa di ottenere dei risultati, ma è pur vero che nel momento in cui una famiglia arriva in terapia la fase del cambiamento è inevitabilmente già in atto.
Il terapeuta quindi può contare almeno su due premesse: la prima è che la famiglia sa che c’è qualcosa che non funziona e la seconda è che molto probabilmente avrà già fatto dei tentativi per risolvere il suo problema, da sola o con l’aiuto di altri.
Nei casi di maltrattamento e abuso non solo non è quasi mai presente un’esplicita richiesta di aiuto, ma vi è anzi una negazione rispetto al proprio comportamento dannoso nei confronti dei figli e un atteggiamento oppositivo e carico di pregiudizi nei confronti degli operatori delle molteplici Istituzioni coinvolte, dai quali viene percepito che occorre sostanzialmente difendersi.
La valutazione della recuperabilità e in un successivo momento la terapia vera e propria in un contesto prescrittivo come è quello che viene a definirsi quando la Magistratura interviene per tutelare la sicurezza delle piccole vittime, presenta quindi delle caratteristiche peculiari che sono:
- la non spontaneità della richiesta dell’utente;
- la molteplicità delle Istituzioni e di professionisti coinvolti nella gestione del caso con ruoli differenziati;
- la presenza di un quadro normativo e di regole giuridiche di cui tener conto. (Di Blasio, 2000).
Di regola i bambini non denunciano i loro “cattivi genitori” e ,se lo fanno, ciò avviene in modo inavvertito, mai intenzionalmente per essere allontanati e protetti, anche se con il crescere dell’età possono essere aiutati ad esprimere giudizi di valore su alcuni comportamenti palesemente scorretti e ingiusti (Di Blasio 2000 ).
La famiglia maltrattante vive sentimenti di vergogna, ha paura del biasimo e della sanzione, è caratterizzata da un’incapacità socioculturale a prefigurarsi la possibilità di essere aiutata e dai servizi in generale, è abituata a ricevere solo sussidi e interventi materiali.
Ciò che quindi accomuna il bambino maltrattato e la sua famiglia maltrattante è l’incapacità di formulare una richiesta d’aiuto: il bambino avverte un vincolo profondo che lo lega ai propri genitori e gli impone una profonda lealtà nei loro riguardi, mentre i genitori stessi sono frenati da un grave senso di vergogna e di paura. Il bambino che si trova ad avere a che fare con genitori così incompetenti e fragili può con grande facilità andare incontro ad un’inversione dei ruoli, vale a dire a quel fenomeno detto parentificazione (parental child) per cui il bambino che non è stato messo nella condizione di sviluppare un attaccamento sicuro, è costretto a contare su se stesso e al limite a prendesi egli stesso cura dei propri genitori.
Le famiglie maltrattanti sono state assimilate a quelle “anoressiche” o “schizofreniche” dato che le coalizioni transgenerazionali vengono agite (in questo caso fino all’incesto) anziché venire alluse. La rigida regola che le accomuna infatti sembra proprio essere una massiccia negazione del conflitto che si scarica nella pura e semplice azione sintomatica, senza che venga avvertita l’esigenza di un aiuto esterno.
A questo punto è possibile facilmente immaginare che, non essendo in grado i protagonisti stessi di autodenunciare ciò che avviene fra le mura domestiche e la difficoltà in cui versano tutti i membri della famiglia, il compito di intuire, cogliere, prestare attenzione a tutti gli indicatori più o meno celati che potrebbero far trapelare all’esterno la gravità di ciò che sta accadendo, viene rimessa a tutte quelle figure che gravitano intorno al nucleo famigliare e con le quali esso viene in contatto: insegnanti, pediatri, vicini di casa, allenatori di calcio, e così via.
Chiunque sarà pronto ed attento a raccogliere e a soppesare autonomamente tali indicatori e nel contempo avrà costruito un buon rapporto di ascolto ed empatia, potrà aiutare il bambino che si trova a vivere questa insopportabile situazione.
BIBLIOGRAFIA
Cirillo S., Cattivi genitori, Raffaello Cortina Editore 2005
Di Blasio P., Psicologia del bambino maltrattato, Il Mulino 2000
Di Blasio P., Barletta S., Violenza contro i bambini: la valutazione psicologica della famiglia e del minore, in Malagrin M. E., Guida al lavoro peritale, Giuffrè Editore 2000.
