IL PARTNER ADATTO

perche' sbagliamo A sgeliere un partner adatto a noi?

 

A tutti è capitato di terminare una relazione affettiva e domandarsi, dopo un po' di tempo, come mai si sia accettata per tanto tempo una persona con la quale avevamo così poche affinità. Se dopo i primi fallimenti tendiamo a dare la colpa alla sfortuna e agli altri, dopo una serie di fallimenti affettivi iniziamo ad avere il dubbio che forse c'è qualcosa nel nostro modo di scegliere le persone che dovrebbe essere rivisto, sistemato. Bene, proviamo a fare qualche ipotesi sul perché non riusciamo a trovare un partner adatto a noi. Vai all'inizio dell'articolo in PRIMA pagina o prosegui alla TERZA.

 

quarta ipotesi: "ESSERE SINGLE E' COSI' BRUTTO!"

Non si è nelle migliori condizioni mentali per scegliere un partner quando la solitudine è qualcosa che ci risulta intollerabile. Il rischio è amare il fatto di non essere single piuttosto che la persona che ci ha evitato di esserlo. D’altra parte, dopo una certa età, la società rende la singletudine una cosa poco piacevole. La vita sociale incomincia ad appassire, le coppie, che inconsciamente possono sentirsi minacciate dai single e dalla libertà che essi incarnano, li possono invitare sempre meno e il single si sente progressivamente “diverso”, soprattutto se osa fare da solo cose che per tradizione si fanno in comune: andare al cinema, andare al ristorante, etc. Il sesso, poi, è una cosa più impegnativa da single benché sulle prime possa sembrare che essere single sia la chiave per ogni spasso: arrivati sui 30 anni, soprattutto, dopo una serie di rapporti con partner diversi, il rischio della progressiva delusione non è raro. È tempo tuttavia che il concetto di “relazione” s’inizi a svincolare dal dominio della coppia come unica forma di aggregazione sociale sensata; non siete chiamati ad una rivoluzione, almeno non lo siete da queste righe. È sufficiente trattenere l’idea che il nostro valore prescinde dal ruolo che l’esistenza ci chiama a vestire: abbiamo senso come figli, come lavoratori, come partner, come genitori, come single; allo stesso tempo non solo come figli, lavoratori, genitori, partner. La pressione sociale (che si costruisce sempre su concetti astratti quali “media”, “norma”) non deve determinare il nostro valore. Quando la maggioranza della gente accetterà di buon grado che si ha senso sempre, a prescindere, allora la rivoluzione avverrà da sé. E quanto detto non è affatto in contraddizione con quanto segue.

Ricorda: “Pensavo che la cosa peggiore nella vita fosse restare solo. No, non lo è. Ho scoperto invece che la cosa peggiore nella vita è quella di finire con persone che ti fanno sentire veramente solo. (R. Williams)

 

quinta ipotesi: "DEVO IMPARARE A STARE DA SOLA/O!"

Grande fraintendimento questo! Grandissimo per un animale sociale qual è l’essere umano. Grande fraintendimento anche in ambito psicoterapeutico, dove il paziente arriva con questo genere di richiesta: “… alla fine sono passato/a da un rapporto all’altro, mi rendo conto che sono stato poco da solo/a, devo imparare a stare da solo/a … “ , il che, in ambienti più informali, va di pari passo alla frase: “Devo imparare ad essere più stronza/o, più egoista/a, pensare più a me”. Male, malissimo. Partiamo dal fondo. Diventare più stronzi o egoisti, cioè rendervi peggiori, non può essere la soluzione migliore per voi né per la società, così come nessuno che subisca un furto in casa dovrebbe apprendere da questa sgradevole esperienza che la cosa migliore sia diventare un topo d’appartamento. Essere peggiori, ovvero arretrare psicoevolutivamente (cosa peraltro non facilissima da realizzarsi per chi abbia fatto un percorso in avanti), non vi farà stare meglio, potete contarci, né vi farà incontrare gente migliore, né vi farà avere rapporti interpersonali migliori. Come credete che siano diventate malvagie alcune persone se non per mezzo di meccanismi di contagio del disagio? Sicuri che diventare più simili a chi vi ha fatto del male, persona per la quale provate probabilmente poca stima, vi possa fare stare meglio? Davvero pensate di potervi svegliare più sereni la mattina sapendo di aver detto “ti amo” una volta di meno, di esservi privati di qualcosa che prima vi dava gioia, immaginando che qualcuno aspetti una chiamata che voi gli/le negate? Credete davvero che la felicità si possa nascondere nel controllo del potere, della paura e della stessa felicità vostra e altrui? Fatemi aggiungere che la felicità non si nasconde neppure nell’imparare a stare da soli. Come scrisse J. H. Boss, se ti sembra felicità quella di allontanarti dalle persone, devi essere un dio, un eremita o una bestia. Ma quando mai in questa nostra vita si sta da soli davvero? Che senso ha imparare una capacità che di fatto non useremo davvero mai? … E grazie al cielo! Possiamo impiegare tutto il nostro tempo a imparare a camminare come se fossimo sul suolo lunare e pesassimo sei volte di meno … già, lo possiamo fare ma … quando ci potrebbe servire una cosa del genere? Non dobbiamo imparare a stare da soli, non dobbiamo neppure imparare, fatemi dire, a non appoggiarci agli altri perché avviene, è sempre avvenuto da quando siamo nati e avverrà ancora se la vita continuerà a scorrere: ci ammaleremo, avremo dei momenti di debolezza, di stress, delle paure o momenti di gioia che vorremo condividere; le altre persone, i loro sguardi, il loro aiuto, sarà sostanzialmente tutto ciò su cui possiamo contare. Poi ci saremo noi per loro, quando ci chiameranno. Dobbiamo semplicemente imparare a scegliere bene queste persone alle quali affidarci, che possono prenderci in tempo se ci lasciamo cadere all’indietro. Altro che “soli”, altro che “bisogna pensare a sé prima di dedicarsi agli altri”! Beh, certo che se manca un Sé, manca anche tutta una vita. Dunque pensate di poter imparare a relazionarvi meglio con voi stessi e gli altri evitando la relazione con gli altri e quindi con voi stessi? Ok, mi si dirà, ma prima di relazionarmi meglio devo imparare come si fa! Io dico: relazionandoti meglio. Ma com’è possibile? Iniziando a parlare con altri nuovi, altri più giusti, modificando progressivamente vecchi assetti, vecchi pesi, ma tutto ciò all’interno delle relazioni (nel senso più ampio del termine) finché non inizierete a vedere con i vostri occhi che siete capaci di essere diversi, di attirare gente diversa, di gestire rapporti diversi e gratificanti. Imparare ad amare se stessi passa dunque attraverso la relazione con gli altri, scordatevi di apprendere l’amore per voi stessi chiusi in una stanza, così come non s’impara and andare in bicicletta leggendolo su un libro. L’amore è relazione, la relazione è amore. Il paradosso è che il paziente o l’amico espongono il loro proposito d’intenti, il loro anelito all’eccellenza della solitudine, in una dimensione relazionale! Questo è il buon segno che ciò che deve essere integro lo è ancora, anche se difeso. Non dovete dunque imparare a stare in piedi sulle vostre gambe finché i muscoli e le ossa non sapranno sostenervi, ma dovete camminare finché non capiate dove si trova il vostro miglior luogo e dove, in esso, possiate trovare un posto a sedere, per rilassarvi e chiudere gli occhi. Nasciamo e moriamo nella nostra fisica unicità, ma nasciamo da una relazione e moriamo con qualcuno che ci tiene la mano, o che ci chiude gli occhi. Dall’inizio alla fine, come antenne che ricevono e trasmettono, partecipiamo ad una rete di relazioni, di voci, di comunicazioni e di segnali. È tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che siamo.


Ricorda: “Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così. (I. Calvino)

 

sesta ipotesi: "L'ISTINTO E' IN POSIZIONE PRIVILEGIATA"

Un tempo le unioni tra uomo e donna erano un commercio razionale. Erano un affare algido che non riguardava l’affetto ma piuttosto il fatto di unire il vostro appezzamento di terra a quello di una persona della quale, a essere fortunati, ci si poteva nel tempo innamorare. Questo tipo di tradizione è stata sostituita dall’unione romantica, la quale ha determinato che l’unica ragione sostanzialmente valida per dare inizio ad una relazione è il cuore che batte, il sentirsi innamorati, l’istinto. Poche altre domande. La persona viene visitata da una sensazione divina e questo basta, e deve bastare anche a coloro che eventualmente non approvano per motivi decisamente più terreni. Il matrimonio d’interesse era così arido, pedante e cauto che l’attuale legame sentimentale ci spinge a ritenere che il riflettere troppo sull’unione sia inopportuno: analizzare le nostre unioni suona proprio … anti-romantico. L’istinto come unica determinante e la velocità di innamoramento sembrano essere un segno di sicuro successo, proprio perché il vecchio stile delle unioni “sicure” era una minaccia alla propria felicità. Nelle unioni per interesse si rispondeva a queste domande: Chi sono i suoi genitori? Quanta terra ha? Nell’unione romantica si determina il valore di un rapporto tramite: l’incapacità di pensare ad altro se non al partner, il desiderio sessuale nel confronto del partner, il ritenersi unici. Adesso bisognerebbe introdurre nuove questioni: com’è come amico/a? Che tipo di difetti ha, ovvero posso sopportarli? Con lui/lei posso svilupparmi come individuo? Come sarebbe come genitore (anche se non ci saranno figli)? Certe cose cambiano, evolvono, altre meno; ad esempio la gatta frettolosa fa ancora i gattini ciechi, d’altra parte il segreto di ogni successo sta nell’agire e non nella continua circospezione. L’istinto, ciò che proviamo nel contingente, usato come unico metro di misura per giudicare la bontà del nostro amore, o meglio per determinare il successo futuro della coppia, è decisamente un azzardo. L’istinto è fame, sì, ma soddisfare la fame non è detto che ci eviti l’indigestione. Sappiate moderare l’istinto senza privarvi dell’ebbrezza che esso può donarvi, esattamente come quando siete riusciti a fermarvi dal bere troppo vino, garantendovi un sorriso ed evitando la nausea.

Ricorda: “L’istinto è una gran cosa; io ero timido per istinto. (W. Shakespeare)

 

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