XXI SEX

Nuova enciclopedia sessuale

 

 

 

VERGINE NUOVA. Donna che, dopo aver avuto uno o più rapporti sessuali ed aver perso la verginità con lacerazione dell’imene, si è sottoposta ad un intervento di ricostruzione dell’imene (imenoplastica) acquistando una fittizia verginità fisica.


Nell’antica Cina una ragazza che fosse vergine all’età di 17 anni era guardata dalla gente come una poveretta. Per evitare l’imbarazzo, la famiglia ingaggiava un giovane per deflorarla. La ragazza si denudava, si appoggiava ad una trave della casa e si piagava in avanti; il ragazzo realizzava il coito senza mai vedere il volto della giovane. Anche le popolazioni indigene dell’istmo colombiano, quelle che parlavano il Chibchano, vedevano di cattivo occhio le donne che arrivavano vergini al matrimonio poiché ciò significava che nessuno si era interessata ad una donna brutta o maleducata. Per diverse tribù africane (Baholoholo, Nandi, Bandiagoro, Homlosi) l’idea di sposare una vergine non è affatto allettante. Unirsi in matrimonio con una donna che ha già avuto un figlio è garanzia che la donna sia fertile.

 

VERGINITÀ. Condizione di chi non ha mai avuto rapporti sessuali completi. È nozione comune che nella donna lo stato di verginità sia rilevabile dalla presenza dell’imene, mentre in seguito alla deflorazione si possano osservare i soli lobuli imeneali. Nell’uomo non ci sono indicatori fisici di verginità, benché se molti ritengano che la rottura del frenulo del pene rappresenti un sicuro evento conseguente al primo rapporto sessuale, mentre la rottura del frenulo non sempre avviene anche nei casi di frenulo corto. Anche per la donna, la rottura dell’imene non è una prova certa di un avvenuto rapporto sessuale, in quanto l’imene può aver subito lacerazioni per l’attività fisica, l’uso di assorbenti interni o tramite la masturbazione se vengono inserite in vagina le dita od oggetti. Inoltre l’imene può essere congenitamente molto sottile e fragile così da lacerarsi ben prima che avvenga il primo rapporto sessuale o non offrire alcuna resistenza all’inserimento del pene tale da dare la percezione di un’assenza. Un imene più resistente, invece, può mantenersi del tutto integro anche dopo diversi rapporti sessuali. La verginità femminile perciò non può essere provata con certezza matematica unicamente in base alla presenza od assenza dell’imene. Oltretutto vi sono diverse attività sessuali che non implicano la penetrazione vaginale (sesso anale) e che compromettono l’illibatezza della persona senza intaccare la verginità genitale (→ vergine fisica). La verginità, soprattutto quella femminile, ha rappresentato un valore per la quasi totalità delle culture e nonostante il fatto che nei paesi industrializzati la verginità non sembri più essere un valore determinante, nondimeno persiste un doppio standard culturale secondo il quale la perdita della verginità per il maschio rappresenta una meta da raggiungere nel minor tempo possibile, mentre per la ragazza il medesimo comportamento è associato spesso ad un giudizio sociale negativo. Ne deriva che ad una vergine vengano attribuite doti morali superiori rispetto ad una ragazza che ha avuto rapporti sessuali e quindi, anche se oggi in misura minore, maggiori e migliori possibilità di trovare un compagno di status sociale superiore. L’antropologia suggerisce che l’importanza attribuita da quasi tutte le culture alla verginità derivi dal fatto che la donna, dimostrando illibatezza, dimostri di non aver mai partorito. Da un punto di vista evoluzionistico la verginità rassicurerebbe il maschio non solo circa la serietà e la potenziale fedeltà della compagna ma soprattutto rispetto al fatto che non rischia di dover allevare il figlio nato da un altro uomo. Nella società occidentale non si è ancora giunti ad un’assenza valoriale relativamente alla verginità e il primo rapporto sessuale, quindi la perdita della verginità, è considerato un importante evento di passaggio nella vita dell’individuo. ¶ Dal lat. virginitas, che è dal gr. orgas = Forgàs, fanciulla matura al matrimonio.


Io ho 26 anni, mi sposo tra quattro mesi, sono fidanzata con il mio amore da 10 anni e, se pure con un po’ di sofferenza, ‘da entrambi le parti’, perché non ti nego che la voglia c'è, c'era e ci sarà sempre, abbiamo voluto aspettare, e non puoi immaginare quanto siamo felici di averlo fatto. Ora che finalmente stiamo per ‘unirci’ in matrimonio, ci rendiamo conto che ci siamo fatti un regalo immenso, ci siamo conservati un momento indimenticabile” (Link)


 “Secondo me la verginità è un valore, va donata (sì, perché per me è un dono) alla persona che si ama, ma non necessariamente a quella che si deve sposare. Anzi lo trovo controproducente, vi dico questo perché a me è successo così, sia io che mio marito abbiamo avuto il nostro primo rapporto insieme, ci siamo sposati 19 anni fa che eravamo ancora due bambini e ora mi ritrovo un marito che sente il bisogno di avere nuove esperienze, perché averlo fatto solo con me non lo fa sentire appagato come uomo (anche solo per curiosità ma le corna prima o poi te le mettono), quindi per esperienza vissuta non credo nel rapporto dopo il matrimonio, anzi lo sconsiglierei anche a mia figlia, bisogna vivere la sessualità serenamente ma senza concedersi con facilità sempre e solo per amore, a prescindere che poi la storia duri o finisca ma nel momento che lo si fa bisogna crederci nella storia d'amore che si sta vivendo” (Link)


 “Secondo me siamo di fronte ad un errore concettuale di base. Dire che la verginità È un valore è una cosa MOLTO diversa da dire che la verginità HA un valore. La seconda affermazione è vera in quanto assolutamente soggettiva. La verginità può infatti avere o non avere un valore per la singola ragazza, a seconda del suo credo, della sua indole, perfino del suo romanticismo, ecc. La prima affermazione invece non è corretta. Un ‘valore’ in senso assoluto è un concetto astratto, non può essere incarnato dallo stato fisico di una donna che possiede o non possiede (più) l'imene.... non ha senso! Sarebbe come se metteste l'integrità dell'imene sullo stesso piano di concetti come, tanto per dire, l'etica, l'amore, la fede (se siete credenti), o tutti gli altri valori sui quali le persone si sono sempre interrogate e ai quali tendiamo, dopo aver fatto le nostre scelte individuali. L'imene con questo non c'entra niente. Diverse ragazze in questo forum hanno parlato della verginità come di un ‘dono’ da dare al ragazzo che amano. Bene, assumendo il vostro punto di vista per un secondo, voi regalate qualcosa che per voi HA un valore, non regalate ‘un valore’, vi pare? Quindi basta dire che la verginità è un valore per favore.... non si può davvero sentire” (Link)


VERGOGNE. Di solito sempre al pl. (vergogne) per indicare le parti del corpo che, per decenza e vergogna, vanno tenute coperte. Sin. di genitali esterni.


VERRUCA GENITALE. Sin. di papilloma venereo.


VERSATILE. Individuo che gode del rapporto sessuale sia nel ruolo di Top che di bottom, cioè sia come dominante o attivo che come sottomesso o passivo. Sin. di switch.


VESCICOLA SEMINALE. Anche spermatocisti, gonocisti o vescichetta seminale. Ghiandola tubulare, pari, posta fra la superficie posteriore della vescica urinaria e il retto, separata dalla vescicola seminale controlaterale dal dotto deferente. Il dotto escretore della vescicola si apre sull’ampolla dei dotti deferenti in un solco posto alla base della prostata. Esse hanno una lunghezza di circa 10 cm ma, data la struttura strettamente ripiegata in lunghe anse, la lunghezza apparente è di circa 5 cm: l’altezza delle cellule colonnari che compongono parte dell’epitelio del lume della vescicola è influenzata dal livello di testosterone presente nel sangue. Benché si possa trovarne traccia all’interno, le vescicole seminali non hanno la funzione di deposito per gli spermatozoi bensì producono una secrezione alcalina contenete aminoacidi, proteine, fosforilcolina, vitamina C, prostaglandine e soprattutto fruttosio (1,5-6,5 mg/ml) che rappresenta il liquido di sospensione per gli spermatozoi; questa secrezione compone circa il 70% del volume totale del plasma seminale. L’alcalinità del fluido prodotto permette agli spermatozoi di sopravvivere nell’ambiente vaginale che di norma ha un pH acido mentre il fruttosio rappresenta una riserva di energia per gli spermatozoi al fine di garantirne la motilità.


VESTIBOLODINIA. O vestibolite vulvare cronica. Forma specifica di vulvodinia che colpisce solo il vestibolo, caratterizzata da dolore conseguente al tocco della zona interessata. Rapporti sessuali, inserimento di assorbenti interni, pantaloni stretti, visite ginecologiche ed attività che implichino una pressione sulla zona vulvare causano sensazione di bruciore e dolore acuto. ¶ Comp. da vestibolo (vulvare) + gr. odyne, dolore.


VESTIBOLO VULVARE. Anche vestibolo vaginale, o canale vulvare. Parte della vulva compresa fra le piccole labbra, delimitata nella parte superiore dal clitoride e inferiormente dalla fossa navicolare. Alcuni considerano il vestibolo solo la zona che si estende dal clitoride al meato uretrale. Sul vestibolo vulvare si affacciano il meato uretrale, l’ostio vaginale, gli orifizi delle ghiandole di Skene e quelli delle ghiandole di Bartolini. ¶ Dal lat. vestibulum, spazio antistante l’ingresso.


VIADO. Travestito brasiliano che si prostituisce sui viali pubblici. ¶ Port.: cerbiatto.


VIAGRA®. 1) Nome commerciale con cui l’azienda farmaceutica Pfizer commercializza il sildenafil citrato, farmaco contro il deficit erettivo. Vedi inibitore PDE5. 2) Viagra femminile, anche viagra rosa o pillola rosa. Nome pop. dato genericamente a tutta una tipologia di farmaci, attualmente in sperimentazione, mirati ad attenuare od eliminare il disturbo da desiderio sessuale ipoattivo nelle donne che dovessero assumerli. Nonostante il nome diffuso dai media, quello che sarà il farmaco contro la disfunzione sessuale femminile non agirà come un inibitore PDE5; se una donna assumesse il Viagra®, infatti, non otterrebbe altro che un aumento dell’afflusso sanguigno in zona clitoridea e vulvare ma a parte questa congestione pelvica non sentirebbe nessuna amplificazione del desiderio sessuale né godrebbe di più nel coito. Le sostanze chimiche attualmente in sperimentazione sono di tre categorie: antidepressivi che agiscono sui livelli di serotonina, ormoni androgeni e altri tipi di ormoni. Gli antidepressivi e il testosterone hanno dimostrato di sortire evidenti effetti nell’aumento del desiderio sessuale ma le controindicazioni sono molteplici, così come gli effetti secondari. Il bremelanotide, versione sintetica di un ormone coinvolto nella pigmentazione cutanea, è odiernamente una delle sostanze più studiate. Sviluppato come farmaco contro il cancro della pelle, il bremelanotide ha dimostrato di aumentare il desiderio sessuale nella donna senza che il desiderio possa diventare incontenibile (cosa che avrebbe reso la sostanza una potenziale droga dello stupro). I test compiuti su donne in periodo menopausale con desiderio sessuale ipoattivo diagnosticato, lasciano ben sperare rispetto alle potenzialità del farmaco anche se non mancano gli effetti indesiderati, quali un non indifferente aumento della pressione sanguigna.


VIBRATORE. Termine generico applicabile a tutti i prodotti dell’oggettistica sessuale che, tramite un oscillatore interno, generano vibrazioni. Comunemente con il termine vibratore ci si riferisce ad un fallo artificiale corredato di meccanismo di vibrazione anche se in effetti esistono diversi altri prodotti di forma ben diversa corredati di oscillatore e quindi anch’essi definibili vibratori. Benché la commercializzazione del vibratore come oggetto prettamente legato alla sfera sessuale sia iniziata nella prima metà del XX secolo, l’idea che vibrazioni artificiali applicate all’area pubica potessero arrecare giovamento nacque in seno alla ricerca per la cura di quello che un tempo veniva indicato come furore uterino. Il vibratore fu sviluppato per automatizzare il massaggio pelvico che ben prima del XIX secolo era uno dei pochi mezzi terapeutici per alleviare i sintomi di ciò che era considerata una patologia a carico dell’utero ma che altro non era se non desiderio sessuale insoddisfatto. Intorno al 1860 apparve in Britannia il “Manipulator”, il primo vibratore alimentato a vapore inventato da George Taylor  al quale seguì, una ventina di anni dopo, il vibratore elettrico inventato da Mortimer Granville (e commercializzato da Weiss) il quale considerava immorale l’uso del dispositivo se non per la stimolazione muscolo-schelettrica maschile. I vibratori conobbero una larga diffusione in ambiente ospedaliero e nei centri benessere rimanendo però sempre legati all’ambito della terapia medica e riabilitativa. Solo nel 1902 la compagnia statunitense Hamilton Beach brevettò un dispositivo elettrico mirato alla commercializzazione domestica anche se fu pubblicizzato come massaggiatore vibrante senza che venisse fatta esplicita allusione al potenziale erogeno del dispositivo. Fino agli anni ’20 del XX secolo la pubblicità dei vibratori era diffusa su ogni tipo di periodico e quotidiano statunitense ma, dopo la comparsa dei primi film pornografici nei quali venivano usati tali oggetti, la pubblicizzazione e la vendita dei vibratori subì una sensibile diminuzione dato che l’utilizzo di essi venne associato ad una pratica non più consona ad una sessualità “normale”. Solo intorno al 1940 furono commercializzati vibratori progettati appositamente per uso sessuale; tuttora vale la pratica di pubblicizzare buona parte dei vibratori come massaggiatori per il corpo anche se l’inequivocabile forma non lascia dubbi sull’utilizzo finale dell’oggetto. Fu suggerito fin dalla fine degli anni Quaranta, che l’utilizzo del vibratore potesse avere un qualche valore terapeutico per le donne sofferenti di anorgasmia ma fu solo nel 1974 che la psichiatra Helen S. Kaplan illustrò come l’uso del vibratore (o del fallo artificiale non vibrante) potesse trovare posto con successo in una terapia sessuale più ampia mirata all’eliminazione del vaginismo e dell’anorgasmia. Mentre nei paesi anglosassoni (specialmente negli USA) la diffusione di tali oggetti sia a scopo masturbatorio sia come coadiuvanti della sessualità di coppia (marital aid) è ampia, in Italia permane l’idea che l’utilizzo di essi pertenga ad una dimensione sessuale pervertita od estrema. Il più delle volte, nonostante la curiosità, è proprio il partner maschile che ne evita l’acquisto per il timore che la propria compagna possa preferire il piacere generato dall’oggetto rispetto alla stimolazione offerta dal pene. Per motivi non troppo dissimili da questo, e che hanno a che fare con un timore di virilità minacciata, l’uomo che acquista un vibratore a forma fallica può arrivare a prestare attenzione al fatto che le dimensioni dell’oggetto non siano diverse e soprattutto superiori a quello del proprio organo genitale. Uno dei più comuni fattori che limita l’uso di tali dispositivi è la sensazione che l’artificiosità dell’oggetto e delle sensazioni generate da esso si frappongano ad una supposta naturalezza del rapporto sessuale che non vuole altri “interpreti” se non le persone impegnate nell’atto. Vale la pena ricordare che qualsiasi elemento inanimato introdotto nel rapporto sessuale è manovrato da una persona ed è al servizio del piacere delle persone che lo usano; di per sé il vibratore non ha nessun potere erogeno. È necessario che l’utilizzo di tali oggetti sia calibrato con il gusto soggettivo e le reazioni di chi li usa: un utilizzo non attento e grossolano non solo non procurerà alcun piacere ma potrebbe causare anche dei danni fisici. La maggior parte dei vibratori funziona tramite l’uso di batterie interne ma vi sono varianti con spina a muro, con batteria ricaricabile od altri che sfruttano il flusso d’aria generato da un aspirapolvere. Alcuni modelli, inoltre, possono sincronizzarsi con il ritmo musicale generato da un cellulare o da un sistema hi-fi. Se si decidesse di associare l’utilizzo di lubrificanti all’uso del vibratore occorre dotarsi di lubrificanti a base d’acqua che, oltre ad essere anallergici, non intaccano il lattice con cui spesso vengono costruiti tali oggetti. È bene che gli oggetti che vengono a contatto con le zone intime siano detersi prima e dopo l’utilizzo. Quasi tutti i vibratori posono essere classificati in sette categorie. A forma fallica. La forma più nota per gli oggetti definiti comunemente vibratori. Nati come “spot massager” (massaggiatori di una precisa zona corporea), essi sono progettati per consentirne l’inserimento nel canale vaginale o nel retto. Sono realizzati in diversi materiali ma in genere si tratta di materiale sintetico anallergico (silicone, lattice) più o meno rigido; non mancano i modelli in metallo e vetro. La forma può variare da una vagamente fallica a quella di un calco che simula in tutto e per tutto l’aspetto di un pene umano. Vi sono di varia lunghezza e larghezza. In genere sono dotati di un controllo che consente di regolare la forza della rotazione dell’oscillatore e quindi l’energia delle vibrazioni. Una variante è rappresentata dai vibratori disegnati appositamente per stimolare il punto G, di norma composti da un corpo più sottile incurvato che, una volta inserito in vagina, indirizza la punta del vibratore precisamente verso quell’ineffabile punto. A doppia o tripla area. Vedi rabbit. Stimola clitoride, vedi rocket e butterfly. Piccoli vibratori di diversa foggia disegnati espressamente per la stimolazione clitoridea. Uova, vedi uovo vibrante. Anali. Disegnati per essere inseriti nel retto e quindi dotati, nella parte terminale, di una protuberanza che impedisce all’oggetto di scivolare nell’ampolla rettale (plug anale, stimolatore prostatico). Ad anello, vedi anello penieno. Vagina vibrante, vedi vagina artificiale.


Non sono registrati casi di morte causati in modo diretto dall’uso di vibratori, tuttavia nel 2002, in USA, una donna che guidava sola sulla Interstate-95 (vicino a Washington DC), morì in un incidente stradale causato, almeno così sembra, per una distrazione dovuta all’uso di un vibratore durante la guida. Nell’autopsia le fu estratto dalla vagina un piccolo vibratore (rocket) ancora acceso. (Largo, 2006)

 

VICARIFILIA. Eccitazione sessuale derivata dallo stato di eccitazione esperito da altri, forma vicariante di attivazione erogena che si realizza ascoltando racconti sessuali, osservando le azioni altrui o demandando al partner le decisioni circa le attività sessuali, le posizioni da assumere nel coito, etc.


VINCIFILIA. Variazione sessuale di chi ama legare il partner o essere legato; il termine, nell’uso comune, è stato progressivamente sostituito da bondage. ¶ Dal lat. vincire, legare.


Mi piacerebbe, anche banalmente, ecco, mi piacerebbe essere legata. Mi piacerebbe avere un ruolo sia passivo, nel senso esser legata e avere qualcuno che gioca con me, ma anche il contrario. Mi piace molto l’idea di poter eccitare una persona, farla arrivare al massimo del desiderio, però senza che questa persona possa far niente. Però dovrei essere molto a mio agio e dovrei essere sicura che la persona abbia più o meno lo stesso desiderio. [...] Io aver le mani bloccate no, non amo che mi si leghino le braccia. Quindi io legare le mani all’altro e io, oppure l’altro, avere gli occhi legati... cioè bendati. La cosa bella di legare le mani all’altro è l’idea di riuscire ad eccitarlo senza che ci sia contatto fisico. Lui non si può affidare al tatto, è un’eccitazione legata a quello che faccio io, non a qualcosa che fa lui, quindi è totalmente tutto in mano mia. Il suo piacere sessuale non è legato al toccarmi il seno o qualsiasi altra cosa ma è legato a qualcosa che faccio io proprio in quel momento [...] Mi piace l’idea di riuscire ad eccitarlo io da sola” (t.r.a.)


VINTAGE. Categoria del porno che riguarda immagini o video hard prodotti negli anni ’70 o precedentemente. → stag film. ¶ Ing.: modernariato.


VIOLENTARE. Obbligare con la violenza una persona a rapporti sessuali, da cui violentatore, soggetto che compie abuso sessuale o stupro. ¶ Dal lat. violentus, affine a vis, forza, violenza.


VIOLENZA SESSUALE. Coercizione a compiere o subire atti sessuali mediante violenza fisica o minaccia. Benché nel linguaggio comune si tenda ad equiparare la violenza carnale (o stupro) a quella sessuale, la prima descrive nello specifico quegli atti di violenza in cui vi sia stata congiunzione carnale. Nonostante esista una casistica che illustra casi di violenza sessuale perpetrata da donne ai danni di uomini, nella stragrande maggioranza dei casi l’atto violento è agito da uno o più uomini (violenza sessuale di gruppo) contro una donna. La violenza sessuale è un evento traumatico che non genera una risposta e delle conseguenze univoche nelle vittime. Alcune donne riescono più di altre ad elaborare e superare l’accaduto senza una grave compromissione della qualità di vita; questo però è relativo al tipo di violenza. Le violenze più gravi sovente generano nella persona una reazione di diffidenza e freddezza relazionale, circospezione, sfiducia negli uomini e aggressività. La legge 66 del 15 febbraio 1996 ha affermato il principio secondo il quale la violenza sessuale è un crimine contro la persona e non più, come in precedenza, un reato contro la morale pubblica; l’articolo 609-bis del codice penale punisce qualsiasi limitazione dell’autodeterminazione sessuale della persona offesa (e quindi non solo lo stupro) con la reclusione da 5 a 10 anni o più, in caso di aggravanti (violenza sessuale di gruppo, contro minore di 14 anni, relazione di parentela, altro).


Da una ricerca ISTAT compiuta nel 2006 su “La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia” risulta che, fra le donne italiane: il 3,5% ha subito violenza sessuale e lo 0,3% ha subito stupro o tentato stupro. Tra tutte le forme di violenza, le più diffuse sono le molestie fisiche cioè essere toccata sessualmente contro la propria volontà (79,5%), aver avuto rapporti sessuali non desiderati e quindi vissuti come violenza (19 %), il tentato stupro (14%), la violenza carnale (9,6%) e per ultimi i rapporti sessuali umilianti e degradanti (6,1%). I responsabili della violenza sono nella maggioranza dei casi (87,1%) il compagno o un conoscente, mentre gli sconosciuti commettono soprattutto molestie fisiche sessuali, stupri o tentati stupri solo nel 4,5% dei casi. Un milione e quattrocentomila donne hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni e solo nel 24,8% dei casi l’autore delle violenze era uno sconosciuto: nel 24,7% dei casi si trattava di un conoscente, nel 23,8% di un parente (nella maggioranza dei casi si tratta dello zio), nel 9,7% di un amico di famiglia e nel 5,3% di un amico; il 53% del campione ha dichiarato di non aver mai parlato a nessuno dell’accaduto. La familiarità con l’aggressore comporta spesso il fatto che la vittima minimizzi e/o taccia l’accaduto anche per paura di conseguenze, il che spiega come mai il 91,6% degli stupri non venga denunciato. Di fatto, nel caso di uno stupro o tentata violenza carnale perpetrata da un familiare, solo il 26,5% delle donne lo ha considerato un reato: all’omertà concorrono anche fattori quali vergogna, autocolpevolizzazione e sfiducia nelle istituzioni. La donna che ha più probabilità di subire violenza sessuale, sempre basandosi sui dati ISTAT, è separata o divorziata, vive nel Centro Italia o nel Nord-Est, ha una vita sociale attiva che la porta spesso fuori di casa ed ha già subito, in età infantile od adolescenziale, un episodio di violenza. Esisterebbe infatti una relazione tra l’aver subito violenza nell’infanzia e la vittimizzazione da adulti; in questo caso il rischio di violenza sessuale da adulte raddoppia. Poiché i comportamenti violenti tendono ad essere transgenerazionali, una donna che si lega ad un uomo che ha subito violenza o che è cresciuto in una famiglia nella quale ha assistito ad episodi di violenza, corre un rischio maggiore di subire a propria volta violenza da quello stesso partner.


VIOLET WAND. O violet ray. Strumento utilizzato per l’applicazione di scariche elettriche di moderata intensità, venduto originariamente come dispositivo medico elettroterapico ma diffuso soprattutto nella subcultura sadomasochista per i giochi sessuali di elettrotortura. È essenzialmente formato da un tubo cavo di vetro in cui è contenuto un gas che sotto tensione assume un colore viola, ma differenti miscele di gas possono generare altri colori. La differenza di potenziale elettrico fra il tubo e la pelle del soggetto che si sottopone all’elettrotortura, genera archi elettrovoltaici che procurano pizzicore o, se regolato su livelli più intensi, vere e proprie ustioni; il contatto diretto fra il tubo e la pelle dà luogo solo a una moderata sensazione di calore. Gli archi voltaici a contatto con la pelle non solo sviluppano un odore tipico per l’ozono generato ma possono incendiare facilmente gli indumenti sintetici. La violet wand è anche nota come ultraviolet wand poiché, erroneamente, si crede possa produrre raggi ultravioletti. ¶ Dall’ing. violet, viola + wand, bacchetta.


VIOLINO ANALE. Oggetto per uso sessuale composto da una piccola sfera d’avorio, metallo, legno o altro materiale rigido al quale è agganciata una corda di violino (in origine il baffo di un felino); una volta inserita la sfera nel retto, viene tesa la corda che può essere fatta vibrare con un archetto. Il violino anale era particolarmente popolare in Oriente, in special modo fra gli eunuchi dell’Impero Ottomano.


L’esploratore spagnolo Bernal Díaz del Castillo (1492-1584) ci fa sapere nel suo “Historia Verdadera de la Conquista de la Nueva España” che gli antichi messicani avevano l’abitudine di inserirsi nel retto delle canne vuote e di far scorrere in esse una sostanza alcolica; la cosa non risultava solo sessualmente eccitante ma li rendeva anche ubriachi.


VIRAGO. Donna provvista di requisiti psicofisici (forza, coraggio, risolutezza) che per tradizione sono attribuiti all’uomo, o semplicemente sin. di donna molto mascolina. La condizione della virago è detta viraginità, il corrispettivo dell’effeminatezza nell’uomo. ¶ Dal lat. vir, uomo + tema di agere, agire, cioè che agisce come un uomo.


Secondo una tradizione, Virago è il nome biblico latino che Adamo diede alla prima donna nata da una sua costola; successivamente il nome fu cambiato in Eva.


VIRAGOFILIA. Attrazione parafilica di tipo masochistico per donne dominanti, volitive ed estremamente energiche, che si può declinare in un semplice piacere voyeuristico legato all’osservazione di lotta fra donne (catfighting, lotta nel fango), film di super-eroine o altri personaggi femminili virili (virago), oppure si concretizza in pratiche BDSM.


VIRILITÀ. 1) Età biologica dell'uomo il cui sviluppo fisico e psichico è completamente ultimato. 2) Prestanza sessuale maschile. 3) Qualità comunemente ritenute proprie dell’uomo forte, quindi virile. ¶ Dal lat. virilis, der. da vir, uomo in quanto maschio adulto.


VIRIPOTENZA. Forza e validità sessuale dell’uomo, intese sia come potentia coeundi, capacità di realizzare il coito, sia come potentia generandi, capacità di fecondare. ¶ Dal lat. vir, uomo + potentia, potenza.


VIROPAUSA. Sin. di andropausa. ¶ Dalla radice lat. vir, uomo + pausa, cessazione.


VIS GRATA PUELLAE. Loc. latina che si riferisce alla presunta accondiscendenza della donna vittima di una violenza sessuale. Tale detto trovò spazio nella giurisprudenza in difesa di uomini accusati di stupro, partendo dal presupposto che la ritrosia femminile a non accettare l’atto sessuale fosse fondamentalmente un atteggiamento di facciata: un certo grado di violenza e coercizione da parte dell’uomo sarebbero stati elementi previsti dalla donna che quindi, in qualche misura, avrebbe potuto anche gradire l’aggressività maschile. Si tratta ovviamente di una considerazione che parte da un punto di vista maschilista e di comodo. Nonostante ciò, permane subdolamente nel pensiero comune l’idea che alcune donne possano provocare ed anche gradire la violenza sessuale. ¶ Lat.: violenza gradita alla fanciulla. Origine attribuita ad Ovidio in Ars Amatoria, Libro I, I. 673-674.


Le donne dei Kogi, una tribù Colombiana, erano solite compiere delle imboscate ai danni degli uomini per poi violentarli sessualmente.


VISIBILITÀ. Condizione dell’omosessuale che non solo ha rivelato il proprio orientamento (outing) ma che usa se stesso come modello di riferimento per coloro che vivono tale orientamento sessuale come un problema, nonché per dare dignità alla condizione omosessuale. Una visione omofoba legge nella visibilità, anche se agita con moderazione e rispetto, un’ostentazione sgradevole di omosessualità.


VISUALISMO. Forma di voyeurismo in cui l’eccitazione è legata all’osservazione di se stessi, di altre persone o di animali durante l’atto sessuale. ¶ Coniato dal medico Magnus Hirschfeld (1868-1935).


VITTORIANO. In ambito sessuale, atteggiamento o idee che richiamano il pudore formale ed eccessivo caratteristico del regno britannico all’epoca in cui regnò la Regina Vittoria (1837-1901).


Il “linguaggio dei fiori” nacque in seno all’epoca vittoriana per ovviare al divieto morale di scrivere o discutere apertamente delle sensazioni e delle emozioni sessuali.


VIZIO INGLESE. Sin. di flagellazione o spanking e, in senso più ampio, decisa predilezione per le pratiche masochistiche. Percuotere le natiche o la schiena con una lunga canna era uno dei sistemi di punizione del sistema legale di alcune colonie britanniche per reati minori e sessuali.


VIZIO SEGRETO. Anche vizio solitario, sin. di masturbazione. Definizione nata nel XIX sec. in epoca di grandi pudori sessuali nei quali si riteneva che la masturbazione fosse un dei vizi peggiori, quindi da tenere segreto.


“I dati dai reports annuali del manicomio statale del Massachusetts, mostrano che […] i lavori leggeri e sedentari favoriscono molto la formazione del vizio solitario e, al contrario, un’occupazione attiva all’aperto sortisce un effetto opposto. Quindi, fra i negozianti, gli stampatori, gli studenti e i calzolai, il 50% dei disturbi mentali derivano dalla masturbazione e solo il 12% dall’intemperanza; mentre fra i carpentieri, i fabbri e coloro che sono attivamente impiegati, il 35% della patologia mentale deriva dall’intemperanza e solo il 13% dalla masturbazione […] Questi fatti dovrebbero essere attentamente soppesati dai genitori nel momento in cui scelgono un lavoro per i loro figli” (Hollick, 1845)


VIZIOSO. Persona caratterizzata da abitudini sessuali radicate e per lo più scorrette; nell’uso comune spesso usato come sin. di pervertito.


VIZIO TEDESCO. Sin. di omosessualità maschile.


La loc. vizio tedesco ebbe origine in Francia come epiteto diffamatorio conseguente allo scandalo Harden-Eulenburg (1907-1909) in cui esponenti di spicco della cerchia dell’imperatore Guglielmo II furono processati con l’accusa di aver avuto rapporti omosessuali, al tempo illegali in Germania.


VOLUTTÀ. Piacere intenso che si prova nel soddisfacimento del desiderio sessuale. ¶ Dal lat. voluptas, cosa piacevole.


VOMEROFILIA. Sin. di emetofilia. ¶ Dal lat. vomere, vomitare.


VORAREFILIA. Parafilia simile all’antropofagofilia nella quale la fantasia sessuale centrale è quella di essere mangiati, di mangiare o di osservare il processo di cannibalizzazione e, in alcuni casi, di digestione e assimilazione. La differenza sostanziale rispetto all’antropofagofilia è che nella vorarefilia la pulsione cannibalica non è agita ma rimane solo una fantasia sessualmente gratificante; la maggior parte di coloro che hanno fantasie cannibaliche e/o vengono eccitati dalla visione di tali immagini, sono assolutamente coscienti dei limiti della fantasia stessa e non hanno nessun desiderio o non proverebbero nessun piacere a tramutarla in realtà. La vorarefilia è caratteristica di soggetti con uno spiccato erotismo orale, un certo grado di aggressività e una forte tendenza all’incorporazione del soggetto amato. Il vorarefilo può essere un soggetto molto geloso, timoroso della perdita e della solitudine o, reattivamente, un solitario che nega con il proprio distacco dagli altri l’inconscio bisogno di essi. → endosomatofilia. ¶ Dal lat. vorare, divorare, ingoiare.


VOYEURISMO. Irrefrenabile tendenza di chi (voyeur) si eccita e si gratifica sessualmente in maniera pressoché elettiva osservando, a loro insaputa, persone che si spogliano, che sono impegnate in atti sessuali o comunque in situazioni intime. Il voyeurismo si distingue dal naturale piacere e da l’istintiva curiosità di osservare la nudità e gli atti sessuali per la sua natura compulsiva e ossessiva: il soggetto voyeurista non cerca un contatto più stretto con coloro che osserva ma raggiunge una piena gratificazione, in genere legata a masturbazione, solo per il fatto di osservare e rievocare ciò che ha spiato. Il voyeurismo è associato tipicamente al sesso maschile ma non mancano casi femminili. L’esordio di solito avviene prima dei 15 anni ed è un comportamento sessuale che tende a cronicizzare. Il soggetto voyeurista può arrivare a impiegare tempo ed energie nel cercare le persone da spiare e nel pianificare il modo in cui questo possa avvenire, prestando attenzione ai dettagli, per esempio investendo denaro per procurarsi una strumentazione adatta a catturare filmati e fotografie. Centrale per il voyeur è il fatto di catturare la visione dell’intimità di una persona senza che quest’ultima sia consapevole delle attenzioni voyeuristiche, l’eccitazione è dipendente dal fatto che ciò che viene visto è letteralmente rubato all’intimità dell’altro e ha quindi un valore di naturalezza e realtà che non avrebbe se fosse inscenato. Il piacere che si può provare nell’osservare materiale pornografico o altro materiale erotico non è ascrivibile alle attività voyeuristiche in senso stretto anche se chiaramente l’eccitazione passa primariamente dal canale visivo: in questo caso si parla di allopellia che nella maggioranza dei casi non ha carattere ossessivo né compulsivo e comunque presuppone che i protagonisti del filmato fossero consapevoli di essere oggetto di successiva osservazione. Dal momento che il voyeurismo presuppone la non consensualità di chi è spiato, il voyeur si trova sempre in una posizione d’illegalità nel momento in cui viola la privacy e la libertà altrui. Il voyeur è quindi un molestatore, anche se il termine voyeurismo è comunemente applicato, non di rado impropriamente, a molte forme di sessualità consensuale caratterizzate dalla vista come canale sensoriale erogeno. → visualismo, mixoscopia, scopofilia. ¶ Dal francese voyeurisme, derivato dal verbo voir, vedere.


Era l’idea di guardare nelle loro finestre senza che lo sapessero. Il fatto che stavo catturando un momento del loro intimo privato [...] Guardarli aveva un tale impatto su di me che non ero neanche più consapevole che mi stavo masturbando. [...] Ho avuto il miglior orgasmo da quando mio marito mi ha lasciata. Ho riflettuto su questa cosa e ho capito che guardare le coppie che fanno l’amore agisce su di me come un afrodisiaco che mi porta allo stesso livello di eccitazione di quando facevo sesso con il mio ex marito. Il voyeurismo potrebbe essere la risposta al mio problema. Guardare gli altri fare sesso, soddisfacendo le mie necessità erotiche tramite la masturbazione, potrebbe sostituire il fatto di avere un mio partner. [...] Sono diventata molto più consapevole circa la sessualità. Quando sarà il momento, e incontrerò la persona giusta, so che sarò un’amante migliore e che renderò il mio partner una persona sessualmente più soddisfatta. Aspettando quel giorno non è che mi dispero. Sono molto felice di guardare e osservare e mantenermi sessualmente gratificata” (Finz, 2004)


VULVA. Complesso degli organi genitali esterni femminili comprendenti: monte di Venere, labbra vulvari, clitoride, vestibolo vulvare, bulbo vestibolare, ostio vaginale, meato urinario, ghiandole di Bartolini, ghiandole vestibolari minori (strutturalmente simili a quelle del Bartolini), ghiandole parauretrali o di Skene, imene. ¶ Dal lat. vulva che è dalla radice var-, coprire, avvolgere.


Magari tante donne non lo sanno ma i maschi parlano dell’aspetto delle patate che vedono, o ci pensano, cioè se è più o meno carnosa, se è in ordine, se è... incasinata... come dire, un fatto estetico, no?! Come le donne parlano dei nostri cosi. A ogni uomo la vulva... usiamo il nome giusto... la vulva piace in un certo modo. C’è a chi piace piccola, a chi piace più grande... in genere la vera partita si gioca sull’aspetto delle labbra [le piccole labbra]: ad alcuni piacciono carnose, ad altri piacciono piccole, cioè che non escono dalla fessura o escono poco [il soggetto intende che le piccole labbra non protrudano eccessivamente dallo iato fra le grandi labbra]. La prima volta che tiri giù le mutande ad una ragazza speri di vedere una cosa che ti piaccia, se è quella perfetta, perfetta per te intendo, hai fatto bingo. È molto più eccitante leccare e guardare una vulva che ti piace esteticamente. Poi c’è il passaggio successivo, il sapore, eccetera, ma quella è un’altra cosa. Se tiri giù quelle mutande e vedi una cosa che non ti piace, un po’ ci rimani male, anche perché è una cosa con cui dovrai avere a che fare spesso. Poi, comunque, anche se non è la vulva sei tuoi sogni, alla fine te ne fai una ragione, l’importante è che sia una vulva e non qualcos’altro!” (t.r.a.)


VULVITE. Infiammazione della vulva di origine infettiva, irritativa o traumatica, il più delle volte dovuta a cattiva igiene e quindi a proliferazione batterica. La pulizia dopo la defecazione deve procedere dall’ano verso il coccige, evitando il movimento opposto che potrebbe portare i batteri (in genere Escherichia coli) presenti nelle feci verso la zona vulvare; non è rara nelle prepuberi una vulvite conseguente a infestazione parassitaria da ossiuri (Enterobius vermicularis), nematode che si insedia nell’intestino e le cui uova deposte nella zona perianale causano prurito ed irritazione. In età fertile la vulvite è in genere secondaria a infezioni vaginali (vulvovaginite). Un’eccessiva igiene intima con utilizzo di prodotti detergenti aggressivi, assorbenti esterni, biancheria intima stretta e indumenti in fibre sintetiche, sono fattori che possono causare un’ipersensibilità vulvare e conseguente infiammazione. La vulvite è abbastanza frequente in gravidanza, favorita dall’aumento di secrezioni vaginali e dall’aumentata congestione dei tessuti. Le forme acute ripetute tendono a cronicizzare e, se non curate, predispongono al cancro della vulva.


VULVODINIA. O dolore vulvare cronico. Dolore e disagio vulvare di tipo cronico caratterizzato da bruciore, prurito e irritazione della zona vulvare in assenza d’infezioni od altre patologie che possano causare tali sintomi. Il dolore può essere costante od intermittente, localizzato o diffuso. Si ha vulvodinia generalizzata quando il dolore è diffuso o ha luogo in differenti aree in diversi momenti; abitualmente vi è assenza di eritema. I sintomi non sono causati necessariamente dal tocco o dalla pressione esercitata sulla vulva anche se alcune attività (rapporti sessuali, ciclismo, etc.) possono aggravarne i sintomi; tale forma è più comune in donne in menopausa. Una forma specifica di vulvodinia è la vestibolodinia, che colpisce solo il vestibolo vulvare e, rispetto alla vulvodinia generalizzata, presenta una dispareunia più accentuata. Alla vulvodinia spesso si associano altre condizioni patologiche, più comunemente vulvovaginite e dermatite vulvare. Non è tuttora noto quale sia la causa scatenante la vulvodinia benché siano state fatte ipotesi: spasmi muscolari, fattori genetici, irritazione, danno dell’innervazione vulvare, risposta abnorme di difesa cellulare dell’organismo a fattori esterni, ipersensibilità localizzata alla Candida (candidosi). In ogni caso non essendoci evidenze che facciano pensare ad un’infezione, la vulvodinia non è il sintomo di una malattia sessualmente trasmissibile né è, in sé, trasmissibile tramite rapporti sessuali. Essendo un disturbo da dolore cronico, esso ha un impatto negativo sulla qualità di vita della donna che ne è colpita, la quale tenderà, per evitare il dolore, a limitare i rapporti sessuali ed altre attività che possano esercitare pressione sulla zona vulvare. I trattamenti medici disponibili sono mirati al solo alleviamento dei sintomi i quali possono avere remissione parziale o totale. ¶ Comp. da vulva + dal gr. odyne, dolore.


È iniziato circa 3 anni fa e sono sempre andata dai dottori solo per farmi dire che è candida o che è tutto nella mia testa! Fare sesso è insopportabile, quindi in pratica non lo facevamo (se non lo facevamo non sentivo né bruciore né dolore). Dopo ho avuto un nuovo partner (con cui sto adesso) e riesco a sopportare il sesso ma sono le conseguenze che fanno sì che il sesso non valga la pena. Per farla breve, io faccio sesso e poi mi brucia così tanto che devo fare degli impacchi per Dio sa quanto a lungo, non posso indossare slip stretti, non posso camminare o sedermi, non è possibile fare pipì anche se sento che mi scappa, poi, dopo circa 4 giorni, il dolore diminuisce e posso tonare alla normalità, poi faccio sesso e comincia tutto da capo. Adesso sto usando una crema e ho letto qualcosa sugli antidepressivi, così ho iniziato a prenderli visto che li avevo in casa per le emicranie. Proverei di tutto! L’altra notte ero sveglia come al solito per il male e ho provato a mettermi una bustina di tè ghiacciata proprio là, e ha diminuito il bruciore così ho potuto dormire qualche ora ma non è che la cosa si è risolta” (Link)

 

 

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