Quando la rinuncia diventa identità
Ci sono persone che non si concedono nulla — non per povertà, non per indifferenza verso i piaceri della vita, ma per qualcosa di più sottile e più antico: una necessità psichica travestita da scelta morale. L'ascetismo, come meccanismo di difesa, è precisamente questo: la privazione volontaria come strumento per gestire l'ansia, il desiderio, il conflitto interiore. Non una scelta libera, dunque, ma un'armatura.
Anna Freud descrisse questo meccanismo, nel 1936, come risposta tipica alla minaccia degli impulsi: di fronte a una pulsione che rischia di sopraffare l'Io, la persona costruisce un sistema di divieti rigorosi, come se la sicurezza stesse nel rinunciare prima ancora che il piacere si manifesti. Il desiderio non viene cancellato — rimane presente, riconoscibile — ma viene deliberatamente rifiutato. Ed è proprio questa tensione continua a distinguere l'ascetismo difensivo dalla semplice astinenza.
La rinuncia colpisce in modo trasversale: il corpo — cibo, sonno, comfort fisico — viene trattato come il luogo degli impulsi pericolosi da mortificare; la sessualità e l'intimità vengono rifiutate non per assenza di desiderio, ma per paura della vulnerabilità che quel desiderio porta con sé; persino la gioia, l'assertività e il piacere del contatto umano vengono sacrificati sull'altare dell'autocontrollo. L'equazione implicita che regge il sistema è una sola: se mi concedo il piacere, perdo il controllo. E perdere il controllo significa, a livello inconscio, qualcosa di catastrofico.
Nel mondo contemporaneo, questa difesa assume volti nuovi e, spesso, socialmente premiati. Il workaholic ripete i gesti del monaco medievale — la mortificazione del corpo, l'identità costruita sulla rinuncia — con la sola differenza che il chiostro è diventato un open space. I regimi alimentari estremi si travestono da salutismo. Il digital detox non sempre è ricerca di presenza: può essere fuga dalla vulnerabilità del contatto. La cultura della produttività premia chi non si ferma mai, confondendo la rigidità difensiva con la virtù.
In terapia, chi vive l'ascetismo difensivo non lamenta la propria rigidità: la vive come un valore, la parte più autentica di sé. Il lavoro clinico richiede quindi pazienza e rispetto per la funzione protettiva della difesa: si esplora insieme la storia di quelle proibizioni, dove sono nate, chi le ha imposte e cosa accadrebbe, realmente, se la diga cedesse un poco. Nella maggior parte dei casi, la catastrofe temuta appartiene a un passato lontano — a un bambino che non aveva altri strumenti. Le risorse dell'adulto sono, fortunatamente, molto più ricche.
Questo contenuto è tratto dal libro «I Meccanismi di Difesa spiegati facile (o quasi)» di Alessandro Pedrazzi. Per un approfondimento completo sull'ascetismo — incluse le sue radici nell'adolescenza e le sue declinazioni contemporanee — si rimanda al capitolo dedicato nel volume.




