Il diritto di occupare spazio
C'è una domanda che molte persone portano in terapia senza nominarla esplicitamente: ho davvero il diritto di dire quello che penso? Non è una domanda retorica. È la spia di qualcosa di più profondo — una voce interna che calcola il costo relazionale di ogni parola, che misura il rischio di esistere con troppa chiarezza nello spazio condiviso. L'autoaffermazione, come meccanismo di difesa maturo, risponde precisamente a quella domanda: sì.
L'autoaffermazione è la capacità di esprimere direttamente i propri sentimenti, pensieri e bisogni per perseguire i propri scopi. Non una tecnica da weekend formativo, non frasi preconfezionate da recitare in caso di conflitto — ma qualcosa di più radicale: un modo di stare nel mondo che implica il riconoscimento del proprio valore e dei propri bisogni come legittimi, degni di essere espressi e meritevoli di ascolto. Sembra banale detto così. Non lo è affatto per chi, nel corso della propria storia, ha imparato che esprimersi è pericoloso, scomodo o semplicemente impossibile.
I blocchi che ostacolano l'autoaffermazione provengono quasi sempre dall'interno: la vergogna sociale, l'ansia dell'esposizione, una bassa autostima che suggerisce di non avere titolo per dire la propria. E c'è una trappola sottile che riguarda chi ha costruito la propria identità troppo alle dipendenze del giudizio altrui: quando l'Io è poroso, permeabile, il confine tra sé e il mondo sfuma, e la minaccia — quando arriva — non viene percepita con sufficiente chiarezza per innescare una risposta autonoma. Si finisce per affidarsi ulteriormente all'esterno, in un movimento esattamente contrario all'autoaffermazione.
Vale la pena distinguere l'autoaffermazione dai suoi falsi doppi. La maleducazione non è assertività: dire tutto senza filtro, offendendo nel nome dell'autenticità, è un esercizio di potere, non di presenza. Il capriccio mascherato — l'«io sono fatto così, prendere o lasciare» — suona come affermazione di sé, ma ne è l'antitesi, perché chi si afferma genuinamente è disposto a guardarsi e a chiedersi se la propria risposta sia proporzionata. E poi c'è lo spostamento: quell'assertività che esprime una rabbia generata altrove, scaricata nel posto sbagliato, con la persona sbagliata. Il segnale discriminante è semplice — l'autoaffermazione autentica esaurisce completamente la tensione che vuole gestire; lo spostamento, difesa nevrotica, non potrà mai farlo davvero, perché agisce fuori bersaglio.
L'autoaffermazione autentica, in definitiva, è la capacità di tollerare il disagio di esserci — di occupare spazio, di produrre effetti nel mondo relazionale attraverso l'espressione di sé. Quando avviene nel modo e nel luogo giusti, la tensione si risolve interamente. Qualcosa di reale si chiude, nel posto reale in cui si era aperto.
Questo contenuto è tratto dal libro «I Meccanismi di Difesa spiegati facile (o quasi)» di Alessandro Pedrazzi. Per un approfondimento completo sull'autoaffermazione — incluse le sue relazioni con lo spostamento, l'acting out e la struttura identitaria — si rimanda al capitolo dedicato nel volume.




