La coreografia del lamento
Esiste una particolare forma di sofferenza che si manifesta attraverso la richiesta incessante di aiuto accompagnata dal sistematico rifiuto di ogni sostegno offerto. È quella che la letteratura clinica chiama help-reject complaining: lamentarsi chiedendo un aiuto che verrà inevitabilmente respinto. Non parliamo della classica ipocondria intesa come preoccupazione eccessiva per la salute fisica, ma di qualcosa di più sottile e relazionalmente complesso: un modo di essere nel mondo che trasforma la lamentela in linguaggio, il vittimismo in identità, il rifiuto dell'aiuto in affermazione di sé.
Il meccanismo si snoda con precisione teatrale. Il primo atto si apre con una richiesta che appare genuina, quasi disperata. L'interlocutore, mosso da empatia, offre suggerimenti e investe energia. Ed è qui che comincia il secondo atto: ogni soluzione proposta viene accolta con un «sì, ma...» che ne svuota l'efficacia. Le obiezioni si moltiplicano, ogni strada suggerita si rivela impraticabile per motivi che, uno per uno, paiono ragionevoli ma che, nell'insieme, disegnano un muro invalicabile.
Le radici di questa dinamica vanno cercate nell'infanzia. Si tratta di soggetti che hanno alle spalle una storia di bisogni emotivi frustrati, di richieste d'aiuto cadute nel vuoto o punite. La rabbia emersa da tutte quelle richieste disattese, inaccettabile allora come ora, si trasforma in un valzer di richieste e rifiuti che permette di esprimere l'ostilità mantenendo la facciata della vittima bisognosa. È una profezia autoavverante perfetta: il comportamento del complainer genera nell'altro esattamente quella frustrazione e quell'abbandono che teme di più.
James Masterson descriveva come molti pazienti borderline utilizzassero questa dinamica per testare continuamente la costanza dell'oggetto: «Rimarrai anche se ti respingo? Continuerai ad amarmi anche quando ti dimostro che il tuo aiuto è inutile?». È una verifica ossessiva condotta in modi che praticamente garantiscono il fallimento del test. La guarigione richiede qualcosa di molto difficile: la capacità di tollerare la dipendenza, di accettare di aver bisogno dell'altro senza trasformare quel bisogno in arma, e di imparare che l'aiuto può essere imperfetto senza essere inutile.
Questo contenuto è tratto dal libro «I Meccanismi di Difesa spiegati facile (o quasi)» di Alessandro Pedrazzi. Per un approfondimento completo — inclusi la distinzione tra ipocondriasi e aggressione passiva pura, la dinamica del doppio vantaggio psichico, il ruolo dei salvatori narcisistici (Kernberg), le implicazioni controtransferali nella pratica clinica e il percorso terapeutico — si rimanda al capitolo dedicato nel volume.




